HOMEPAGE/ARCHIVIO


Del Naja


Del Naja live

 









Massive Attack @ Roma Rock Festival
Attakko fallito

Roma, 21/luglio/2006


Quante cose da dire su questi vecchinuovi Massive Attack. Prima fra tutte: ritrovarsi affianco, sugli spalti dell'Ippodromo delle Capannelle, il signor Tristezza e sua consorte, signorina Felicità vai-via fornita di custodia marrone in pelle per sigarette non è davvero il massimo che uno si attenda dalla propria esistenza. O, più modestamente, da una serata semi-vacanziera. Per di più, in un concerto che è andato montando come una grande parata danzereccia - la cui impressione finale sarà però, piuttosto, di "spompamento generalizzato". Per fortuna, alla mia destra, la neofita ma affidabile assistente-sodale italo-polacca Pau, che ha cercato di tenere conto dei pezzi eseguiti - perché nella mia testa, i brani del duo di Bristol, stazionano da sempre in un unico indistinguibile marasma sonoro. Ad ogni modo, vicissitudini di una serata che - quanto a numeri - sarà, a conti fatti, seconda solo a Depeche Mode e Madonna, balzano un paio di osservazioni da mettere subito in chiaro: dal vivo, i Massive Attack perdono molto del loro fascino, della loro raffinatezza, del loro ipnotismo sonoro. Dice: ovvio. Dico: si, vabbé, che peccato però. Diventano mediocri (prendetela cum grano salis), da grandiosi che sono. Insomma: gli arrangiamenti sono più scarni e cercano - comprensibilmente - di marcare e giocare in prevalenza sul lato più dark rock (?) del loro repertorio. Mossa giusta, in superficie: non fosse che quest'aspetto non è però distribuito uniformemente in tutte le produzioni. Così, se il materiale tratto da "Mezzanine" e in parte "100th Window" e "Protection" (da "Angel", "Karmakoma", inimitabili inni generazionali, a "Black Milk" o "Teardrop" passando per "Group Four" fino alla pseudo-tribal "Inertia Creeps") funziona meglio degli altri, il resto della produzione, soprattutto quella seminale di "Blue Lines", rimane un po' più fredda, imprecisa, distaccata. Parzialmente estranea ai nostri tempi. E tirando le somme, non a caso - mettendoci anche un brano inedito di apertura stile ballad-depresso - la serata si snoda quasi esclusivamente attorno al monumentale disco del 1998. Una situazione che quasi li sta incartando, a ben pensare: conseguenza del fatto che il suono dei Massive Attack inizia - sia detto senza alcuna connotazione negativa - a "farsi vecchio". Cioè, semplicemente, appartiene oggettivamente ad un altro momento della storia musicale della popular music. E' lampante anche dando uno sguardo attorno alla mia postazione: sta iniziando inesorabile pure con loro, sebbene in proporzioni minori, l'"effetto-Depeche Mode". Tradotto: più generazioni cominciano ad accalcarsi eterogenee alle loro serate. Chi ricordando la spendida "Unfinished Simphony" (fra di essi, il signor Tristezza e compagna, evidentemente cultori del trip hop delle origini), chi più attratto dal languore ballatesco di "100th Window" ("Future Proof"), accompagnato da inguardabili infradito cafone. Anche per questo la serata scorre via piuttosto rapidamente, troppo velocemente - come spesso accade, per inciso, nei concerti degli ultimi tempi. Quale che sia la location. Stiamo pian piano atterrando verso la dimensione dei "concerti a portar via": set rapidissimi che, bis compresi, non durano più di novanta minuti. Questa settimana è stata esemplare, in questo senso: Marcus Miller, 90 minuti; Matthew Herbert, 60 minuti; Massive Attack, 90 minuti. Che schifo. Davvero.
Del concerto rimane lo stampo auditivo di una formazione storica, inimitabile ma che oltre quanto fatto e innovato (e quanto han fatto, i Massive Attack…) non riesce e non può andare. Non sfonda il loro dark rock-side, non colpisce a pieno (come ancora - intaccabilmente - accade su disco), il loro fascino di creatori di moderna musica da camera. Certo: siamo su altissimi livelli, sia chiaro. Stiamo guardano il pelo nell'uovo. Ma sempre e comunque di un uovo di Fabergé. Di quelli finemente e riccamente decorati, di quelli che fa bene anche solo guardarli - nel nostro caso, ascoltarli - una volta di più. Ancora una volta. Comunque.

[Postilla semiseria all'incafonamento sfrenato ed inarrestabile del nostro Paese]
A parte le ciabatte infradito, le monumentali quantità di fumo, le sudorazioni inenarrabili delle altrui ascelle pelose e la mostruosa inespressività di chi strappa i biglietti, rimane e torna l'evento pseudo-musical-sociologico dell'anno: "Seven Nation Army", degli White Stripes. Ora: bello, l'Italia ha vinto i Mondiali. Godo - anche se preferisco godere in altri modi coi quali scambierei venti Mondiali di calcio. Però - a giudicare da quanto accade puntualmente sui palchi di mezzo Paese - credo che il popolo italiano, nella comunità internazionale dei musicisti, stia diventando una specie di barzelletta. Chiunque arrivi, in un modo o nell'altro, è a conoscenza del nostro insopportabile "po-po-po-po-po-po-pooo" e lo ripropone in tutte le salse possibili. Ieri sera, nel dj set prima del concerto e poi, alla fine, mentre sul grande display di fondo si materializzava la bandiera italiana. Solo una parola: "Mo-mo-mo-mo-mo-bastaaa".


Simone "Simoncino" Cosimi
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