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DLL Live @ Qube
"Mamma, cosa significa “destrutturazione”?"... "Figliolo, chiedilo a loro!"
21 - 10 - '04
di Elciabe
Per descrivere al meglio questi DLL che salgono per terzi sul palco del Qube in questo giovedì 21 ottobre non è bastato mezzo taccuino: righe su righe su righe su righe di riferimenti e descrizioni: tentativi,insomma, di catturare cotanto caleidoscopio sulla penna, quando finalmente abbiamo compreso la realtà: i DLL sono una di quelle realtà per parlare delle quali bisogna lavorare a livello più che altro di concetto. Quindi, assunto che l’ambito di riferimento era questo, eccoli subito a noi, i due concetti che fanno al caso nostro per descrivere questo che normalmente sarebbe un quartetto, ma che stasera si presenta come un trio di soli basso, voce e batteria: DISTRUZIONE ma soprattutto DESTRUTTURAZIONE. Ed è proprio da quest’ultima che partiamo, perché è la chiave di volta per entrare nel macrocosmo di questi DLL, che si professano pattoniani e innamoratissimi dei Fantomas, ad esempio, di “Delirium Cordia”, il che spiega già molto della loro proposta artistica. Se gli chiedete cos’è la destrutturazione, risponderanno calmissimi :”prendere la musica e farla a pezzettini”, con l’aria di chi sta dicendo la più ovvia delle verità. Ma è inutile dubitarne, perché è proprio quel che fanno: lasciando stare la sciamania baritonale dell’apertura di “MISS CONFUSION”, che più che altro serve a loro per scaldarsi le mani, aspettate che arrivi “RE–SOLUTION”, e rimpiangete di non esservi messi in tempo il casco, mentre siete aggrediti da questa voce effettata un po’ Perry Farrell un po’ Federico Fiumani nei Diaframma degli inizi, che scherza coi microtemi molteplici in puro tessuto noise, in un’architettura ritmica gonfia di sovrapposizioni e gustose parentesi concentriche. E alzi la mano chi si ricorda da dove tutto ciò è cominciato o dove tutto ciò sia finito. Stesso copione, appena un po’ più diretto, in “CAROSELLO”, che necessita evidentemente degli psicofarmaci che elenca e cita il Cobain di “Lythium”, il tutto nel delirio più totale di deragliamenti ritmici ed echi lancinanti. In “L’ARCHITETTO” le paludi dense delle atmosfere regalate dal basso si fanno più pungenti, in un incedere stavolta più serioso e in cui il fremito creativo pazzoide dei tre si va a spostare nel testo criptico e labirintico, un quarto di inglese, un quarto di italiano e dodici quarti di allucinazione e vaneggiamento. A seguire, immaginate di mettere i Rage Against The Machine sulle giostre per l’addestramento degli astronauti , quella che vanno a diecimila e ti fanno scoppiare il cuore: lassù troverete la palla di fuoco dell’invettiva sociale di “STORM”, brano a nostro parere più riuscito, col testo che sembra recitato da un folletto demente e lascivo che danza sui cadaveri delle nostre coscienze di cittadini lobotomizzati. Eccola, la distruzione cui facevamo accenno all’inizio: è quella del muro di cartone della nostra società perbene. Dopodiché, arriva “TAEDIO”, in cui i nostri ripescano dal proprio passato: si sente che si tratta, come annunciato, del primo brano composto, meno lontano dal crossover e più embrionale, ma la follia ha il suo seme di partenza già da qui. Altro brano su livelli davvero alti di ispirazione distruttiva è “S. e R.T. (Servizio e Recupero Tossicodipendenti)”, che prende a spallate l’ignoranza, il decadimento culturale, giovanile e adulto, della congrega di zombies massificati già affrontata in “STORM”. Il risultato è ancora lacerante ed efficacissimo nel deflagrare nelle pastose granate ad impatto ritardato di adrenalina che ne sono il succo. L’intro di “NO WAR” lascia le luci della ribalta ad una batteria sorprendentemente lineare e regolare. Il brano, il cui messaggio, unito alla vena cruentamente dissacratoria dei tre, non ha davvero bisogno di commenti, sembra quasi un punk. O almeno, lo sembra quando la scimmia supersonica degli incisi ritmici, serrati e lancinanti, non prende il sopravvento come al solito. Per il commiato arriva “IL CANTO DEL GALLO”, in cui il basso sembra tornare più liquido nei suoni e nella direzione di genere intrapresa. Ma è un’impressione: si torna alle consuete folgori e al delirio organizzato di suoni e scatole cinesi, anche se questa volta, prima di essere travolti da veri tsunami di isteria e soda caustica, potrete ammirare, qui più che altrove, l’intesa di basso e batteria, e sentire in lontananza i System Of A Down di “A.T.W.A.” e di “Psycho”. Concludendo: questi DLL sono un gruppo decisamente avanti rispetto alla storia musicale asfittica della nostra Italietta che perfino definire sanremese sta divenendo riduttivo. Speriamo si conservino così, sinceri, visionari e anche con le loro punte di incomprensibilità. Piuttosto mettiamoci in testa, cari ascoltatori, che talvolta è preferibile ammettere che è colpa nostra se non capiamo qualcosa, e non spegnere la musica diversa dalla nostra solo perché non capirla ci fa sentire un po’ stupidi. Chiediamoci piuttosto il perché: se non vi ubriacano con la loro psichedelica a metà tra industrial e freejazz, questi DLL possono darvi una mano a capirlo.
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