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Jolly Roger
: Miscellanee grunge-stoner!

Dante "el rockero" Natale

I Jolly Roger sono stati per me una gradita sorpresa, non sapevo cosa aspettarmi dal nome se metal pop, rock o glam.
I Jolly Roger invece si dimenano con ampia sicumera in un blues stoner di ottima fattura.
Il primo brano Just My self è una bordata blues stoner che potrebbe ricordare per pesantezza le ultime cose dei Metallica di Load o i Kyuss più sobri.
Il riff pesante scava una linea melodica su cui si incanalano gli altri strumenti pronti a supportare la ruvidità del brano rendendolo davvero apprezzabile.

I Jolly Roger hanno dalla loro una graziosa particolarità cioè quella di modificare i brani dal loro interno, ed ecco che quando una canzone sembra finire che ricomincia, ecco un pezzo lento, quasi doom trasformarsi quasi in nichilismo punk; punk che si fa sentire nel secondo brano “Paiste”, sguaiato e irriverente come i Meat Puppets più sfacciati, peccato che invece My Bored Time, la successiva, dia troppo l’impressione di deja vu e rimane nel cuor suo un po’ anonima.

Ci pensa “Burn” a dare l’idea di una band sopra la media: di nuovo quel miscuglio cerebralmente lucido ma anche marcio di blues e stoner ed una ritmica traballante che rende il brano veramente accattivante,

I Jolly Roger danno il meglio di sé soprattutto nelle parti strumentali, quando lasciano andare gli strumenti quando il riff ti penetra nella testa mentre qualche difetto si trova ancora a livello vocale, dove il cantante dovrebbe farsi ascoltare di più; la prova migliore la danno in “III giorno” lungo pezzo strumentale dove succede un po’ di tutto e i ragazzi rovesciano sull’auditorium un balordissimo pezzo stoner marcio all’estremo che penetra nelle ossa.

Cosi come è stupendo il penultimo brano Immortal, chitarre lisergiche e valvolari, dove si alternano crescendi e diminuendi, con stoner mescolato a noise di Helmet e ruvidissimo grunge d’annata.
“Manifesto” chiude il concerto e dopo un proclama sulle intenzioni della band, un po’ troppo kitsch magari, parte un arpeggio che poi sfocia in un riff triste e pesante che ricorda le prime cose degli Anatema o degli Amorphis ultima maniera ma che non rimane stabile visto che anche qui troviamo variazioni di velocità e timbro.
Complimenti davvero alla band, una splendida sorpresa. Da migliorare il cantato e qualche riff a volte un po’ scontato.

Mario Vittroini: Voce/chitarra
Leonardo Italiano: Chitarra
Claudio Richi. Batteria
Marco Paolesi: Basso
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